Social Media: come tutelare il marchio d’impresa?

19/06/2012

Di seguito l’articolo estratto dalla rubrica “Diritto e Comunicazione” che curo per il Social Business Comunicazione Italiana (Link Articolo originale)
Nell’articolo sintetizzo brevemente gli spunti offerti in occasione del mio intervento al Forum della Comunicazione tenutosi al Palazzo dei Congressi di Roma lo scorso 5 giugno.

“In occasione del Forum della Comunicazione 2012 abbiamo offerto alcuni spunti sul rapporto tra social media e protezione del marchio d’impresa. In particolare abbiamo osservato come la maggiore visibilità del brand su internet, nell’implicare anche una maggiore esposizione a commenti e recensioni negative, possa determinare ripercussioni sulla reputazione del marchio. Un rischio che tuttavia può essere contenuto, non solo attraverso una efficace attività di monitoraggio e livellamento dei feedback, ma anche e soprattutto attraverso una politica intesa a tutelare in via preventiva l’immagine aziendale, agendo su tutti quei fattori suscettibili di incidere negativamente sulla stessa.
In questa ottica si colloca, per esempio, il rispetto delle norme in tema di pubblicità e, più in generale, in tema di tutela dei consumatori, al fine di evitare che pratiche non corrette o carenze informative possano, di fatto, frustrare l’attività di coinvolgimento e fidelizzazione degli utenti.
Successivamente abbiamo posto l’accento sulla necessità di una maggiore responsabilizzazione dell’azienda, insistendo sull’importanza del ricorso a tre strumenti chiave per la protezione del brand: registrazione dei marchi; monitoraggio dell’attività su internet; predisposizione di un piano di tutela adeguato. E, con particolare riguardo alla registrazione, si è osservato come già in tale sede sia possibile adottare una serie di accorgimenti in grado di estendere il livello di protezione del marchio. Rinviando, tuttavia, l’approfondimento di quest’argomento ad altra occasione, appare utile soffermarsi su un ulteriore aspetto, ovvero sui margini di tutela a fronte di condotte illegittime dei competitor. Immaginiamo, per esempio, l’apertura di un falso account o di un gruppo recante un marchio identico o simile a quello della nostra azienda, o l’impiego dello stesso su pagine estranee alla nostra attività.
Nel mutato contesto dei social media, in cui vengono enfatizzate le funzioni pubblicitarie e di investimento del brand aziendale, anche l’ambito di protezione dello stesso tende a subire un progressivo ampliamento: non si ha più riguardo al marchio tradizionalmente inteso come mero strumento di indicazione dell’origine imprenditoriale dei beni, ma come strumento più che mai inteso a tutelare gli investimenti effettuati dal titolare. Tutela, dunque, contro l’offuscamento e la corrosione in seguito ad abusi che possano pregiudicare l’efficacia distintiva o la reputazione del marchio, ma anche tutela contro il parassitismo connesso a condotte intese a beneficiare fraudolentemente della notorietà e del potere attrattivo del brand.
Il tema della protezione del marchio nell’ambito dei social media impone tra l’altro delicate riflessioni sul bilanciamento degli interessi in gioco. Ci muoviamo, infatti, in una realtà in cui aumentano i soggetti coinvolti e gli interessi rilevanti; compare, tra gli altri, un nuovo interesse: quello del titolare del social network a non veder limitata la propria libertà imprenditoriale, o compromesso – in qualsiasi modo- il proprio business. E ciò si riflette, evidentemente, anche sulla valutazione dei profili di responsabilità ad esso addebitabili in ipotesi di abuso del marchio altrui attraverso la piattaforma: problema che viene risolto, tendenzialmente, ricorrendo al principio generale secondo cui il provider risponde degli illeciti commessi sulla propria piattaforma solo quando sia a conoscenza di tali attività e vi abbia contribuito, ovvero non si sia attivato per la rimozione delle pagine e/o dei contenuti illegittimi nonostante la richiesta del titolare del marchio leso o delle autorità.
Quelli accennati sono solo alcuni dei profili e delle considerazioni che la moderna comunicazione d’impresa impone, ma resta un dato di fatto e cioè l’enorme potenziale innovativo dei social network in rapporto alla spendibilità del marchio d’impresa e la necessità, allo stesso tempo, per ciascuna azienda di vedere adeguatamente tutelato il proprio brand”.
Questo tema sarà oggetto di ulteriori approfondimenti in occasione di un ciclo di seminari e convegni che svolgeremo in autunno.
Inoltre, chiunque volesse maggiori informazioni al riguardo può contattarmi all’indirizzo e-mail avv.criromano@gmail.com oppure cristina.romano@lawtaxorg.com.


Corte di Giustizia: limiti alla tutela del software

07/05/2012

Con sentenza del 2 maggio 2012, la Corte di Giustizia dell’Unione Europea si è pronunciata in tema di tutela del software, ponendo alcuni fondamentali principi.

La questione sottoposta alla Corte, imperniata sull’interpretazione dell’articolo 1 della direttiva 91/250/CEE  (tutela giuridica dei programmi per elaboratore) e dell’articolo 2 della direttiva 2001/29/CE (diritto d’autore e diritti connessi nella società dell’informazione) nasceva da una controversia tra la SAS Institute Inc. e la World Programming Ltd  riguardo ad un’azione per contraffazione proposta dalla prima per la violazione del suo diritto d’autore sui programmi per elaboratore e sui manuali d’uso relativi al suo sistema informatico di banche dati.  La SAS, infatti, aveva realizzato un insieme integrato di programmi per l’effettuazione di operazioni di elaborazione e di analisi di dati; dal canto suo la WPL aveva legalmente acquistato copie della versione per l’apprendimento del sistema SAS, fornite su licenza in base alla quale i diritti del titolare erano limitati a fini non di produzione, e aveva sviluppato un proprio sistema che ne emulava la maggior parte delle funzionalità.

La Corte ha statuito, al riguardo, che non costituiscono una forma di espressione di un programma per elaboratore e non sono, a tale titolo, tutelati dal diritto d’autore sui programmi per elaboratore né la funzionalità di un programma siffatto né il linguaggio di programmazione e il formato di file di dati utilizzati nell’ambito di un tale programma per sfruttare talune delle sue funzioni.

Pertanto colui che ha ottenuto su licenza una copia di un programma per elaboratore può, senza l’autorizzazione del titolare del diritto d’autore, osservare, studiare o sperimentare il funzionamento di detto programma al fine di determinare le idee e i principi su cui si basa ogni elemento di tale programma, allorché egli effettua operazioni coperte da tale licenza nonché operazioni di caricamento e svolgimento necessarie all’utilizzazione del programma e a condizione che non leda i diritti esclusivi del titolare del diritto d’autore sul programma di cui trattasi.

La riproduzione, in un programma per elaboratore o in un manuale d’uso di tale programma, di taluni elementi descritti nel manuale
d’uso di un altro programma per elaboratore tutelato dal diritto d’autore può costituire una violazione del diritto d’autore su quest’ultimo manuale soltanto qualora tale riproduzione costituisca l’espressione della creazione intellettuale propria dell’autore del manuale d’uso del programma per elaboratore protetto dal diritto d’autore.

 

 

 


E-commerce: a breve le linee guida di Netcomm e Adiconsum

30/04/2012

Il commercio elettronico rappresenta sicuramente una risorsa preziosa per le imprese italiane ma non si può nascondere che lo stesso sia ancora ostacolato da una certa sfiducia di fondo, alimentata dalle pratiche scorrette di alcuni operatori. Ed è per questa ragione che Adiconsum e Netcomm hanno stilato un accordo di collaborazione al fine di elaborare, in tempi molto brevi, linee guida intese a regolare il settore degli acquisti online.  Gli aspetti chiave saranno trasparenza e standardizzazione delle operazioni al fine di garantire una maggiore sicurezza nelle transazioni.  Inoltre si punterà su una maggiore attività di monitoraggio e su adeguate strategie di intervento in caso di malapractice degli operatori, così come si punterà su una maggiore formazione ed informazione di questi ultimi. Se è vero, dunque, che esistono ancora ostacoli al commercio elettronico, è altrettanto vero che l’accordo appena enunciato rappresenta un passo importante nel lanciare un segnale positivo ai consumatori, i quali non devono sentirsi “lasciati soli” nei loro acquisti ma adeguatamente supportati e tutelati.

 

 


Siti web, nomi a dominio e concorrenza sleale: cosa fare?

29/03/2012

Prendiamo spunto da un caso realmente verificatosi e sottoposto all’attenzione di Metis.

Il nostro cliente che chiameremo, usando un nome di fantasia, Leonardo ci ha esposto il seguente problema: cinque anni fa ha intrapreso la sua attività lavorativa e due anni fa ha aperto un sito web per pubblicizzare i propri servizi, acquisendo un gran numero di clienti. Purtroppo, però, come sempre accade quando si diventa molto competitivi, sono arrivati anche i problemi. Un’impresa che opera nel medesimo settore ha acquistato presso il Registro italiano dei nomi a dominio, un indirizzo internet, il cui nucleo identificativo (Leonardoinforma) è identico a quello del nostro cliente. L’unica differenza è data dalla circostanza che l’ indirizzo di Leonardo termina con il suffisso “.com”, mentre l’indirizzo del concorrente termina con il suffisso “.it”.  L’effetto di tale situazione è che gli utenti che desiderano raggiungere il suo sito web vengono sviati, a causa della sostanziale omogeneità degli indirizzi, sul sito del mio concorrente.

Cosa abbiamo suggerito di fare al nostro cliente?

Facciamo una piccola premessa chiarificatrice.
Quando apriamo un sito web (a meno che non ci avvaliamo dei servizi gratuiti messi a disposizione per esempio da Google), dobbiamo acquistare – a costi irrisori – il cd. nome a dominio. Il nome a dominio è l’indirizzo del nostro sito web. Questo indirizzo è unico e non può essere duplicato.
Posto che, generalmente, il nome a dominio coincide con il nome/marchio dell’azienda, la giurisprudenza e la dottrina italiane hanno equiparato la tutela del nome a dominio a quella dei segni distintivi dell’impresa.
Tornando alla vicenda di Leonardo va osservato che si tratta effettivamente di un’ipotesi sanzionabile giuridicamente. La condotta del suo concorrente integra, infatti, gli estremi di un caso di concorrenza sleale, nella duplice declinazione di concorrenza parassitaria e confusoria, come disciplinata dall’articolo 2598 del codice civile, a tenore del quale compie atti di concorrenza sleale chiunque usa nomi o segni distintivi idonei a produrre confusione con i nomi o con i segni distintivi legittimamente usati da altri, o imita servilmente i prodotti di un concorrente, o compie con qualsiasi altro mezzo atti idonei a creare confusione con i prodotti e con l’attività di un concorrente. In tal caso la parte lesa può diffidare il concorrente dall’insistere in tale illegittima condotta ed esperire efficacemente, innanzi al giudice ordinario, un’azione intesa ad ottenere il risarcimento del danno patito.
Inoltre l’ipotesi considerata rileva anche sotto il profilo delle pratiche commerciali scorrette e ingannevoli, con potenziale effettivo lesivo anche per i consumatori. Al riguardo, si rammenta, infatti il testo dell’articolo 21 del d.lgs. n. 206 del 2005 “Codice del Consumo”, secondo cui è considerata ingannevole una pratica commerciale che, nella fattispecie concreta, tenuto conto di tutte le caratteristiche e circostanze del caso, induce o è idonea ad indurre il consumatore medio ad assumere una decisione di natura commerciale che non avrebbe altrimenti preso e comporti una qualsivoglia attività di commercializzazione del prodotto che ingenera confusione con i prodotti, i marchi, la denominazione sociale e altri segni distintivi di un concorrente. Di conseguenza, ai sensi e per gli effetti dell’articolo 27 dello stesso testo di legge, potrà essere sollecitato l’intervento sanzionatorio dell’Autorità garante della concorrenza e del mercato.
Va aggiunto altresì che, qualora il dominio registrato dal concorrente sia un “.it”, sarà opportuno presentare un’istanza di opposizione al Registro italiano per l’assegnazione dei nomi a dominio, al fine di ottenere la cancellazione della registrazione fraudolenta e la  riassegnazione del dominio al legittimo richiedente.
Le considerazioni sopra riportate hanno, naturalmente, una portata soltanto generica ed esemplificativa delle problematiche e dei rimedi collegati al caso esposto. Va sottolineato, infatti, che vicende così delicate necessitano gli opportuni approfondimenti, così come va ricordato che ogni caso ha le sue peculiarità e le sue soluzioni che richiedono un occhio esperto ed attento.


PMI: dai sistemi tradizionali al Social Media marketing

13/03/2012

Da una ricerca recentemente condotta dalla IULM, emerge che le PMI italiane hanno fortemente implementato il ricorso ai portali sociali per pubblicizzare la propria attività. Addirittura si parla di una percentuale che passa dal 9,8% al 43%.

Naturalmente il portale più utilizzato dalle aziende per farsi pubblicità è Facebook, seguito da Linkedin, Twitter e Youtube.

Le ragioni di questo successo vanno ricercate nel fatto che questi portali sono divenuti ormai veri e propri luoghi di incontro virtuale cui un elevatissimo numero di consumatori accede regolarmente. Il rapporto impresa – consumatore diventa, dunque, più intenso ed immediato.

E l’effetto è ulteriormente amplificato dal proliferare di piattaforme di accesso: non più solo pc ma anche cellulari, tablet etc.

Ed i risultati sono reali: l’efficacia della comunicazione pubblicitaria attraverso i social media è confermata dall’effettivo ritorno di investimento alle aziende che hanno puntato su tale risorsa.


Crisi economica, E-commerce e piccole medie imprese

06/03/2012

Nel 2008 sottolineavo l’importanza dell’information technology nel mondo dell’imprenditoria. Sottolineavo, soprattutto, quanto in un momento di crisi sia importante sperimentare nuove forme di business ed esplorare nuove frontiere.  Insistevo, quindi, sulla necessità di investire nel settore dell’e-commerce e dell’advertising on-line.

Ebbene, questa mattina, ho letto un interessantissimo articolo che riportava i risultati di un’indagine compiuta su 700 PMI Italiane. Da questa indagine è emerso che nel 2011 sono triplicate, rispetto al 2010, le attività di e-commerce; ed in tale significativo aumento ha giocato un ruolo fondamentale l’investimento operato in questo nuovo mercato dalle PMI, presenti nella misura del 67%.

Queste ultime, infatti, con un piccolo investimento che può variare, grosso modo, da 130 ai 700 euro (utilizzo come riferimento le offerte relative all’e-commerce pack disponibile su register.it), hanno dimostrato di comprendere perfettamente le nuove tendenze di acquisto dei consumatori. Le indagini di mercato rivelano, infatti, che nel 2011 più del 50% dei consumatori ha scelto internet per i propri acquisti, essendo cresciuta la fiducia nei confronti dei nuovi sistemi di pagamento che consentono transazioni veloci e sicure.

La lungimiranza, purtroppo, ha interessato maggiormente le imprese del centro-nord, mentre restano ancora indietro le imprese del Sud, le quali rischiano di essere schiacciate da un mercato che diventa sempre più competitivo. Da qui il mio appello: questo è il momento di investire! Investire per non rimanere indietro; investire per uscire dalla crisi; investire per diventare competitivi sul mercato locale e nazionale.


Corte di Giustizia: i prestatori dei servizi di hosting non sono tenuti a predisporre un sistema di filtraggio preventivo dei contenuti ai fini della tutela del diritto d’autore

29/02/2012

La Corte di Giustizia, con sentenza del 16 febbraio 2012, si è pronunciata sulla questione pregiudiziale sollevata dal Belgio in merito all’obbligo dei prestatori dei servizi di hosting di predisporre un sistema di filtraggio preventivo delle informazioni memorizzate sulla propria piattaforma.

Più precisamente, con la predetta questione, si chiedeva alla Corte se i giudici nazionali potessero ingiungere ad un prestatore di servizi di hosting di predisporre un sistema di filtraggio delle informazioni memorizzate sui server dagli utenti applicabile indistintamente nei confronti di tutti questi utenti, a titolo preventivo, a spese esclusive del prestatore, e senza limiti nel tempo, al fine di identificare i file elettronici contenenti opere musicali, cinematografiche o audiovisive rispetto alle quali il richiedente il provvedimento di ingiunzione affermi di vantare diritti di proprietà intellettuale, onde bloccare la messa a disposizione del pubblico di dette opere, lesiva del diritto d’autore.

Ebbene la risposta della Corte di Giustizia è stata molto chiara e si inserisce nel solco di una consolidata giurisprudenza: i giudici nazionali non possono imporre un sistema di filtraggio preventivo ai prestatori del servizio di hosting.

Adottando un’ingiunzione che costringa il prestatore di servizi di hosting a predisporre il sistema di filtraggio, infatti, il giudice nazionale non rispetterebbe l’obbligo di garantire un giusto equilibrio tra il diritto di proprietà intellettuale, da un lato, e la libertà di impresa, il diritto alla tutela dei dati personali e la libertà di ricevere o di comunicare informazioni, dall’altro.

Le norme dell’Unione Europea vietano, infatti, categoricamente, alle autorità nazionali di adottare misure che impongano ad un prestatore di servizi di hosting di procedere ad una sorveglianza generalizzata sulle informazioni che esso memorizza e ciò anche in relazione alla tutela della proprietà intellettuale.

Sebbene la tutela del diritto di proprietà intellettuale sia sancita dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea non può desumersi né da tale disposizione né dalla giurisprudenza della Corte che tale diritto sia intangibile e che la sua tutela debba essere garantita in modo assoluto.

Una sorveglianza preventiva richiederebbe un’osservazione attiva dei file memorizzati dagli utenti presso il prestatore di servizi di hosting e riguarderebbe sia la quasi totalità delle informazioni così memorizzate sia ciascuno degli utenti dei servizi di tale prestatore, obbligando quest’ultimo a predisporre un sistema informatico complesso, costoso, permanente e unicamente a sue spese,  in violazione della direttiva a 2004/48, che richiede che le misure adottate per assicurare il rispetto dei diritti di proprietà intellettuale non siano inutilmente complesse o costose.

Tra l’altro detta ingiunzione rischierebbe di ledere la libertà di informazione, poiché tale sistema potrebbe non essere in grado di distinguere adeguatamente tra un contenuto illecito ed un contenuto lecito, sicché il suo impiego potrebbe produrre il risultato di bloccare comunicazioni aventi un contenuto lecito. Infatti, è indiscusso che la questione della liceità di una trasmissione dipende anche dall’applicazione di eccezioni di legge al diritto d’autore che variano da uno Stato membro all’altro. Inoltre, in determinati Stati membri talune opere possono rientrare nel pubblico dominio o possono essere state messe in linea a titolo gratuito da parte dei relativi autori.

Concludendo, dunque, i titolari di diritti di proprietà intellettuale potranno tutelarsi unicamente mediante la richiesta, ai giudici nazionali, di un provvedimento inibitorio nei confronti dei gestori di piattaforme di reti sociali in linea, ponendo fine alle violazioni già inferte ai diritti di proprietà intellettuale mediante i loro servizi della società dell’informazione, ma anche a prevenire nuove violazioni.

 


Decreto legge 9 febbraio 2012: scompare il DPS, ma attenzione alle altre misure di sicurezza!

29/02/2012

Il Decreto sulle Semplificazioni, attualmente in fase di conversione, elimina la “fotografia della privacy aziendale”. Le imprese, a partire da quest’anno, non saranno più tenute alla redazione del documento programmatico della sicurezza. Ma attenzione! La circostanza che non esiste più l’obbligo di redazione annuale del DPS non significa che non dovranno essere rispettate più le misure di sicurezza!

Al riguardo si rammenta, infatti, che permane l’applicazione delle misure di sicurezza contenute nel disciplinate tecnico di cui all’allegato B) al Codice Privacy, ovvero:

a) Sistema di autenticazione informatica
Il trattamento di dati personali con strumenti elettronici è consentito soltanto a soggetti dotati di credenziali di autenticazione che consentano il superamento di una procedura di autenticazione relativa a uno specifico trattamento o a un insieme di trattamenti.
Le credenziali di autenticazione consistono in un codice per l’identificazione dell’incaricato associato a una parola chiave riservata conosciuta solamente dal medesimo oppure in un dispositivo di autenticazione in possesso e uso esclusivo dell’incaricato, eventualmente associato a un codice identificativo o a una parola chiave, oppure in una caratteristica biometrica dell’incaricato, eventualmente associata a un codice identificativo o a una parola chiave.
La parola chiave è composta da almeno otto caratteri oppure, nel caso in cui lo strumento elettronico non lo permetta, da un numero di caratteri pari al massimo consentito; essa è modificata almeno ogni sei mesi.
Le disposizioni sul sistema di autenticazione di cui ai precedenti punti e quelle sul sistema di autorizzazione non si applicano ai trattamenti dei dati personali destinati alla diffusione.
b) Altre misure di sicurezza
I dati personali sono protetti contro il rischio di intrusione e dell’azione di programmi di cui all’art. 615-quinquies del codice penale, mediante l’attivazione di idonei strumenti elettronici da aggiornare con cadenza almeno semestrale.
Gli aggiornamenti periodici dei programmi per elaboratore volti a prevenire la vulnerabilità di strumenti elettronici e a correggerne difetti sono effettuati almeno annualmente.
c) Misure di tutela e garanzia
Il titolare che adotta misure minime di sicurezza avvalendosi di soggetti esterni alla propria struttura, per provvedere alla esecuzione riceve dall’installatore una descrizione scritta dell’intervento effettuato che ne attesta la conformità alle disposizioni del presente disciplinare tecnico.

In sostanza, anche se non dovrà più essere redatto, il dps rimarrà utilmente nelle aziende anche sotto altra forma.  Ciascuna azienda dovrà disporre comunque di una documentazione interna in cui siano contenuti:

  • l’elenco dei trattamenti di dati personali;
  • la distribuzione dei compiti e delle responsabilità nell’ambito delle strutture preposte al trattamento dei dati;
  • l’analisi dei rischi che incombono sui dati;
  • le misure da adottare per garantire l’integrità e la disponibilità dei dati, nonché la protezione delle aree e dei locali, rilevanti ai fini della loro custodia e accessibilità;
  • la descrizione dei criteri e delle modalità per il ripristino della disponibilità dei dati in seguito a distruzione o danneggiamento;
  • la previsione di interventi formativi degli incaricati del trattamento dei dati;
  • la descrizione dei criteri da adottare per garantire l’adozione delle misure minime di sicurezza in caso di trattamenti di dati personali affidati all’esterno della struttura del titolare;
  •  l’individuazione dei criteri da adottare per la cifratura o per la separazione dei dati sensibili dagli altri dati personali dell’interessato.

Privacy: marketing via e-mail e tutela dei consumatori

29/02/2012

Con provvedimento n. 407 del 26 ottobre 2011, il Il Garante per la privacy è intervenuto, ancora una volta, sul delicato tema del direct marketing.

Il Garante, infatti, ha compiuto un ciclo di accertamenti ispettivi, a carico di numerose concessionarie pubblicità, al fine di verificare il rispetto della normativa in materia di protezione dei dati personali, con particolare riferimento alle campagne di marketing effettuate tramite numeri di cellulari (per l’invio di sms e mms) e indirizzi di posta elettronica (per l’invio di email pubblicitarie, cd. DEM).

In occasione di tale accertamenti, una nota concessionaria è stata colpita dall’attività censoria del Garante il quale ha verificato che la società aveva operato, in alcuni casi, direttamente su due banche dati esterne, utilizzando indirizzi  e-mail ed altri dati personali  di oltre 340.000 persone, in assenza di idonea informativa e relativo consenso degli interessati.

Quale inevitabile conseguenza, il Garante ha inibito alla Società ogni ulteriore impiego di tali banche ed ha altresì avviato un autonomo procedimento per l’irrogazione di una sanzione amministrativa.


Nomi a dominio: parte la liberalizzazione

15/01/2012
 L’ICANN (Internet Corporation for Assigned Names and Numbers) ha adottato nel mese di giugno del 2011 una decisione, nell’aria da molto anni, avente ad oggetto la liberalizzazione dei nomi a dominio.D’ora in avanti, infatti, sarà possibile creare suffissi personalizzati, in aggiunta ai noti .com, .net, .org etc., e sarà possibile utilizzare anche caratteri diversi da quelli occidentali.Tale decisione è nata dall’esigenza di agevolare l’accesso internet agli utenti di tutto il mondo e di aumentare la competizione tra le imprese.

Si rammenta, peraltro, che a partire dal 12 gennaio 2012, l’ICANN ha cominciato ad accettare le prime domande di registrazione, le quali devono essere presentate online attraverso il sistema creato appositamente sul sito della Corporation.

Inoltre l’ICANN si sta attivando al fine di approntare le misure più opportune al fine di garantire la tutela dei nomi a dominio, dal punto di vista della proprietà industriale.